La bella estate Laura Luchetti

Siamo a Torino nel 1938. «A quei tempi era sempre festa», scriveva Pavese. In riva a un lago, un gruppo di giovani fa un picnic, ride, canta. Tra loro c’è Ginia (Yile Vianello), venuta dalla campagna con il fratello Severino (Nicolas Maupas). Quando arrivano in barca altri ragazzi e ragazze, Ginia resta turbata da una giovane donna bruna (Deva Cassel) in biancheria bianca che si tuffa sotto lo sguardo sorpreso degli altri. Mentre Ginia, la bionda, lavora in un atelier di sartoria, Amelia, la bruna, posa come modella per i pittori. Entrambe, nonostante la differenza sociale, si avvicinano e Amelia introduce Ginia nell’ambiente della bohème torinese. Ginia è attratta da questa ragazza che colleziona pittori e amanti, e vuole somigliarle. Ha conosciuto Guido, uno dei pittori, che sembra interessarsi a lei. «Che cos’è fare l’amore?» chiede all’amica. «È essere importante per qualcuno per qualche ora.» Ginia lo farà dunque per la prima volta con Guido. Una scena all’inizio molto sensuale, ma che rivela presto che non era quello il vero desiderio di Ginia. La sua attrazione per Amelia è evidente. Durante un ballo, mentre Amelia è corteggiata e invitata a ballare da un medico, trascina Ginia in una danza, filmata con grande sensualità dalla macchina da presa di Diego Romero Suarez Llanos, che si avvicina a poco a poco, quasi ad accarezzarle. I loro volti, in primo piano, si avvicinano fino al bacio in una coreografia languida. Una scena che sembra sfuggire al reale come molte altre, immerse in una natura molto presente lungo tutto il film: l’acqua, le foglie dorate, gli insetti, un piccolo scoiattolo.
L’incontro di due mondi, la storia di un colpo di fulmine, una riflessione sottile sul desiderio femminile e sulle condizioni sociali di quell’epoca travagliata. È la splendida canzone di Sophie Hunger, Walzer für Niemand, a chiudere questo film delicato, dalle scenografie curate e di grande poesia.
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